Editoriali

Vendere, vendere, vendere. All’estero

Il made in italy tira e chi esporta, cresce. Chi non lo fa, inizi!

Se non ora, quando?

Il direttore, Sergio Luciano

C’è un indicatore economico elaborato dalla Fondazione Edison che analizza 5117 prodotti industriali di tutti i settori commercializzati internazionalmente dei quali esistono statistiche condivise e coerenti a livello globale. Ebbene, in questo enorme “paniere”, ci sono 844 prodotti made in Italy che risultano primi, secondi o terzi al mondo per surplus commerciale generato nell’interscambio Italia/estero.

E la cosa spaziale, pazzesca, che manda al manicomio gli stranieri – soprattutto i tedeschi – è la assoluta eterogeneità di questi prodotti. Per capirci, tra i generi nei quali un prodotto made in Italy è leader mondiale assoluto troviamo – in questa preziosa classifica elaborata sotto la regia del professor Marco Fortis – le borsette in pelle (che da sole producono un attivo commerciale per l’Italia di 2,9 miliardi di dollari!) e la pasta alimentare secca (sì: i maccheroni!); gli apparecchi per imballare le merci e le medicine già confezionate in dosi (leader nella farmaceutica: ma ci rendiamo conto?); gli occhiali da sole e i panfili da diporto. Dall’ago all’elefante, come dicono scherzosamente le insegne dei bric-à-brac di Paese. Ma non è uno scherzo.

Ad analizzare i dati sui fallimenti d’impresa, si scopre che la loro incidenza sul campione di aziende esportatrici è di molte volte inferiore a quella che si riscontra tra le aziende attive solo sul mercato nazionale. Inutile dire che chi esporta è più innovativo sul piano della ricerca scientifica, della dotazione tecnologica e del marketing. E viceversa: cioè, chi più ragiona in termini tecnologici e di marketing, è più portato ad esportare.

è questo il senso per cui sin dal primo numero Economy ha scelto di battere su tale tasto, proponendo soluzioni ed esperienze concrete di esportatori di successo.

Con questo numero, grazie alla collaborazione in essere tra la nostra testata e Assocamerestero, è allegato gratuitamente un libro, tradizionale e semplice in apparenza, ma estremamente pratico in sotanza: il Business Atlas, dei cui contenuti ci occupiamo in dettaglio nelle pagine che seguono (chi non lo trovasse in edicola, può richiederlo alla nostra casa editrice). Ed è incredibile notare come per molte aziende oggi solide e costanti esportatrici, il primo passo sia stato in assoluto il più difficile da compiere e anche un dato in apparenza semplice da trovare – un recapito telefonico, un nome, una mail – sia stato prezioso per iniziare a vendere le proprie merci a migliaia di chilometri di distanza.

Il neoprotezionismo sbandierato, per ora con pochi effetti, dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti nasce anche dalla percezione del fatto che alcuni Paesi, tradizionali come il nostro e anche di recente industrializzazione come certe nazioni asiatiche, rappresentano un concorrente troppo pericoloso – noi sul piano qualitativo e dello stile, gli asiatici di solito su quello del prezzo – per lasciarlo libero di agire sul ricchissimo mercato dei consumi interni americani. Consumi interni che invece nel Vecchio Mondo e in Italia particolarmente sono destinati per mille ragioni a restare stabili, cioè più o meno piatti.

C’è poi un altro modo per esportare, ed è accogliere i turisti stranieri: per la prima volta abbiamo voluto quindi occuparci di turismo, un settore in crescita lo scorso anno del 2,7% e anche in questi primi mesi del 2017 in ottima salute. Esportare il made in Italy può anche voler dire accogliere sempre più stranieri sui nostri territori. La parola d’ordine, comune e ineludibile, oggi è: vendere, vendere, vendere.

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