Banche

Quel che non si dice delle due banche venete fallite

Vale la pena di ripercorrere, sia pure a grandi linee, il calvario delle due ex banche popolari venete. Solo così si potrà costruire un corretto contesto fattuale, utile anche a consentire ai risparmiatori traditi una qualche futura riparazione.

L’Autorità di Vigilanza della Banca Centrale Europea, in data 23 giugno 2017, ha dichiarato che BPVI e VB si trovavano in una condizione definita “failing or likely to fail” (dissesto o a rischio di dissesto). Si tratta di una formula standard utilizzata per avviare la procedura di risoluzione di un istituto bancario. Dopo la pronuncia di BCE, anche il Single Resolution Board, SRB (il Comitato di Risoluzione Unico) ha confermato la valutazione, ritenendo che non fossero, però, soddisfatte le condizioni per l’avvio di un’azione di risoluzione nei loro confronti, in mancanza del requisito dell’interesse pubblico; ciò perché le banche non erano considerate sistemiche per l’Eurozona. Di conseguenza esse avrebbero dovuto essere liquidate in base all’ordinaria “procedura di insolvenza italiana” (vedasi il comunicato stampa 23 giugno 2017, dove è precisato che l’accertamento era stato disposto ai sensi dell’art. 18 paragrafo 1, lettera a, e paragrafo 4 lettera a del Regolamento sul Meccanismo di Risoluzione Unico).

Alla pronuncia europea è, quindi seguito il decreto 25 giugno 2017 n.99 con il quale è stata avviata la procedura di liquidazione coatta amministrativa, previa conforme richiesta di Bankitalia che aveva predisposto una relazione di stima (ciò conferma che la decisione era stata da tempo programmata, anche nei dettagli). Il Ministero dell’Economia ha comunicato che il Governo sarebbe subito intervenuto a sostegno delle banche venete, “per adottare le misure necessarie ad assicurare la piena operatività bancaria, con la tutela di tutti i correntisti, depositanti e obbligazionisti senior”.

A questo punto, sembra opportuno precisare che quella condizione di probabile dissesto è stata effettuata sulla base dei parametri europei, non anche nazionali (il provvedimento 23-6-2017 di BCE è, infatti, motivato con l’asserita “loro ripetuta violazione dei requisiti patrimoniali di vigilanza”).

Sorge una prima domanda: la procedura di liquidazione coatta amministrativa dichiarata dall’Autorità italiana è stata aperta per insolvenza dalle due banche o per revoca della loro licenza bancaria? Ciò perché, è lecito avanzare un serio dubbio sull’effettiva sussistenza dello stato di insolvenza, quantomeno, di Veneto Banca.

Il concetto di insolvenza si trae dall’art. 5 della legge fallimentare e corrisponde all’impossibilità, da parte dell’imprenditore, di soddisfare regolarmente le sue obbligazioni.

Non inganni la formula usata da BCE (“failing or likely to fail”), che esprime un diverso concetto, prodromico ad una procedura di risoluzione e non fa alcun riferimento, come invece avviene per la legge italiana, alla capacità del debitore di assolvere le obbligazioni correnti. Infatti, BCE ha spiegato che le due banche venete avevano carenza di “capitale regolamentare”, secondo i rigidi requisiti patrimoniali di vigilanza per svolgere attività bancaria. Una carenza ritenuta pari a 1,250 milioni (si presume riferiti a circa 600 milioni per ciascuna banca). Orbene, si consideri che, in sede di audizione parlamentare d’inchiesta, la prof.ssa Giuliana Scognamiglio (una dei tre Commissari della LCA) ha precisato che, per Veneto Banca, erano stati riportati in bonis, in due mesi, più di 800 milioni di euro. Cominciano, allora, a sorgere serie perplessità sulla fondatezza dello stesso avvio della procedura (quantomeno per Veneto Banca), posto che, rispetto all’originaria negativa previsione, ben 800 milioni di crediti (che, evidentemente, deteriorati non erano) sono stati subito riconosciuti riscuotibili e, in quanto tali, avrebbero potuto corrispondere ad un asset rientrante nel patrimonio di vigilanza della banca (quello che BCE aveva ritenuto carente).

Già per questo sarebbe lecito nutrire fortissime perplessità sulla frettolosa valutazione di dissesto fatta dalla Vigilanza europea, che di quel rilevante importo non ha potuto, ovviamente, tener conto. E ancor più seri dubbi si devono avere sulla conseguente previsione, altrettanto azzardata, del Ministero dell’Economia e delle Finanze che, su proposta di Banca d’Italia, e senza svolgere alcun altro accertamento, ha immediatamente revocato la licenza bancaria delle due ex popolari ed ha avviato la procedura della liquidazione coatta amministrativa, scatenando disastri a catena ed arricchendo non poco le casse di Banca Intesa. Arricchendola di quanto? La risposta l’ha fornita la Borsa nei giorni immediatamente successivi al DEAL (cioè all’acquisto): la quotazione di Banca Intesa è salita repentinamente di qualche miliardo… E, dunque, un tale rilevante importo avrebbe dovuto essere riconosciuto in sede di acquisto degli assets bancari. In altre parole, il patrimonio delle due banche popolari valeva molto più di quanto ufficialmente riconosciuto.

Si consideri, inoltre, che la stessa Banca d’Italia (nella memoria del luglio 2017 alla VI Commissione Finanza della Camera dei Deputati) aveva evidenziato che le due banche venete avevano trasferito ad Intesa San Paolo –  unitamente a decine di miliardi di crediti in bonis – 771 milioni di cassa, in buona parte riferibili a Veneto Banca, pare ovvio che, neppure per questo aspetto, possa reggere l’idea  della sussistenza di uno stato di insolvenza, secondo i parametri della normativa concorsuale italiana.

E non si può non ricordare che il capitale di vigilanza di Veneto Banca è stato ulteriormente falcidiato di almeno altri 250 milioni per regole (non esistenti, ma) imposte dal dott. Carmelo Barbagallo, Capo della Vigilanza di Banca d’Italia, come risulta dal verbale del C.D.A. del 28 agosto 2015: regole che, tuttavia, non sono mai state neppure in seguito tradotte in normativa nazionale o europea. In sostanza, si è trattato di un’imposizione ad hoc, per la sola Veneto Banca, che ora appare in tutta la sua arbitrarietà.

Ma non è finita qui, considerando che la mancata vendita di BIM per 560 milioni di euro – quando ancora era possibile – ha generato una minor cassa per un corrispondente importo. Ed è con vero sconcerto che ora, a neppure un anno di distanza, si apprende che i commissari liquidatori hanno sottoscritto un contratto di cessione del capitale di maggioranza di BIM per un complessivo incasso di circa 24 milioni di euro (v. il comunicato al pubblico del 24 ottobre 2017). Dunque, per un prezzo poco più del 6% rispetto alla possibile vendita di BIM nel 2015, impedita da BCE, con una svalutazione del 94%. C’è di che rimanere sconcertati.

Anche per tale ragione è lecito pensare che un’insolvenza di Veneto Banca proprio non sussistesse; men che meno all’epoca del noto furore ispettivo di Bankitalia, che molti opinionisti hanno interpretato come un maldestro tentativo della vigilanza di portare Veneto Banca nell’orbita di quella di Vicenza.

Si consideri ancora che, per effetto della transazione con gli azionisti decisa nel 2016, sono usciti dalla cassa di Veneto Banca altri 300 milioni circa che, diversamente, avrebbero dovuto essere computati come attivo di cassa e aggiungasi che, alla data dell’8 agosto 2016, in coincidenza con il passaggio della banca alla gestione controllata del Fondo Atlante, la liquidità era in linea con i parametri regolamentari, come è stato autorevolmente affermato e mai contestato. (continua)

Intervento di Giovanni Schiavon, già Presidente del Tribunale di Treviso, e Giovanni Pastore, imprenditore.

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