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PIR, le resistenze delle PMI tradizionali all’apertura del capitale

Roberto Lenzi, consulente d’impresa, cofondatore del Club Mep, cofondatore dello studio RM, esperto di finanza agevolata. Intervista di Riccardo Venturi

 

Che ne pensa dei Pir in rapporto alle Pmi?

Da un lato il fatto che una parte dei proventi dei PIR finiscano alle Pmi italiane è un incentivo per coloro che investono. D’altro canto però c’è una certa resistenza delle stesse piccole medie imprese a far entrare soggetti diversi nel capitale, anche per i costi aggiuntivi necessari per fornire maggior trasparenza. Quindi a mio avviso il problema può essere proprio questa resistenza, il rischio è che quelle che saranno favorevoli a far entrare nuovi soggetti non siano buone imprese. Le Pmi padronali di solito hanno 2-3 famiglie al massimo, è un passaggio culturale molto forte la rinuncia a parte delle mie quote, delle mie azioni. Questo è il dna delle nostre Pmi. Ho 57 anni, e ho partecipato a convegni nei quali si diceva che l’Italia ha il problema delle Pmi, che se non si fossero aggregate sarebbero scomparse. Poi anni dopo in altri convegni si è detto il contrario: meno male che ci sono le Pmi che risolvono i problemi che le grandi non possono risolvere. Ora, che la crescita delle Pmi passi dalla cessione a terzi ho qualche dubbio… A meno che, in occasione di un passaggio generazionale di un’azienda non tanto medio piccola quanto medio-grande, in cui i figli sono tranquilli economicamente e non hanno interesse a gestire l’azienda, si decida di vendere l’azienda e farla gestire da un buon management. Non sono casi rari, i PIR potrebbero servire a questo genere di operazioni. In quest’ottica i PIR possono funzionare, anche se forse sarebbe meglio farli gestire dalle banche d’affari piuttosto che dalle SGR.

 

E i minibond possono fare parte dei Pir?

Per i minibond dobbiamo chiederci: chi paga il 5-6 per cento quando il denaro costa così poco? Un mio cliente ha da poco fatto un finanziamento da 1.2 milioni in banca euro pagando l’1,07 per cento. Questo cliente accetterà mai i minibond al 6 per cento? No. Quindi solo chi non trova spazio nel sistema bancario può essere interessato ai minibond. Ancora una volta, il rischio è di attirare aziende non interessanti. Di quelle che hanno fatto i minibond alcune sono già in concordato. Quindi si deve sperare che al primo impatto non sia per avventurieri, per quelli più disposti a rischiare. Non parlo di malafede ma di maggiore propensione al rischio. Per evitare di prendere aziende che non sono messe bene ci vuole molta capacità da parte di chi seleziona.

 

 

Secondo lei manca uno strumento di sostegno alle Pmi di natura diversa?

In questo momento sono in campo diverse cose, alcune secondo me sono buone: iperammortamento, credito d’imposta alla ricerca, Nuova Sabatini… Quel che può mancare è il finanziamento al concetto di magazzino. Uno strumento per coprire la filiera partendo dall’ordine, per riuscire a dare copertura alla filiera che sta dietro al prodotto, che spesso è fondamentale. Pensiamo per esempio alla concia della pelle che sta dietro alla produzione delle borse di marche famose. Spesso quelle piccole imprese faticano ad aprire linee di fido. Una misura di questo tipo aiuterebbe a gestire la commessa.

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