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Pasta, serve trasparenza sulla provenienza del grano

Bolle in pentola la querelle sull’indicazione dell’origine del grano sulle etichette della pasta. Parliamo di una produzione di oltre 3.3 milioni di tonnellate, con circa 120 produttori di pasta in Italia ed un consumo di 24 kg pro capite.

E’ di pochi giorni or sono la decisione con la quale il Tar del Lazio ha respinge l’istanza di sospensione del Decreto Ministeriale che impone di indicare l’origine del grano sulle etichette della pasta, presentata da diversi produttori nazionali L’ordinanza nega che vi sia un divieto di dettare una disciplina nazionale sulle materie oggetto del Reg. UE 1169/2011.

In particolare, l’art. 26 paragrafo 8 del Reg. UE 1169/2011 prevede che la Commissione adotti disposizioni in materia di indicazioni di origine sulle etichette dei prodotti alimentari, quando il paese di origine o il luogo di provenienza di un prodotto finito siano diversi da quelli degli ingredienti primari (esempio: pasta italiana fatta con grano canadese).

La Commissione non ha però ancora adottato questi provvedimenti.

L’Ordinanza – come detto – nega anche che le prescrizioni creino problemi alla libera circolazione delle merci, atteso che si tratta di prescrizioni imposte solamente ai produttori nazionali (peraltro, con evidente vantaggio per i produttori esteri, non soggetti a questi obblighi).

In attesa che la procedura si concluda, torniamo al problema di fondo

“La querelle nasce essenzialmente dall’esigenza di incrementare la remuneratività delle produzioni di grano duro italiano. Purtroppo anziché risolvere i problemi endemici della filiera del grano duro, quali la scarsa qualità media dei raccolti, la carenza quantitativa di grano duro italiano per le esigenze dell’industria italiana della pastificazione, l’eccessiva frammentazione dell’offerta, la obsolescenza degli strumenti di stoccaggio ed altro ancora, si è scelta la via più facile ma al tempo stesso sbagliata: introdurre un sistema di etichettatura d’origine obbligatorio contando sull’inclinazione del consumatore italiano, disorientato da una massiccia campagna di disinformazione, a preferire paste con grano duro italiano rispetto a quelle prodotte anche con grano duro importato” spiega Avv. Luigi Cristiano Laurenza, Segretario dei Pastai di Aidepi.

I pastai italiani sono a favore della trasparenza verso i consumatori di pasta e dell’etichetta di origine. Tanti già indicano in etichetta l’origine italiana del grano duro impiegato, o la comunicano attraverso altri canali di interazione con il consumatore. “Inoltre l’anno scorso abbiamo formulato al Governo un’ipotesi di indicazione nelle etichette della pasta sull’origine della sua materia prima, che avremmo adottato per nostra libera scelta. Le Istituzioni preposte non ci hanno mai risposto, varando un decreto legge che non ha tenuto conto del nostro parere e che contiene diverse criticità. Non ultima, il fatto che il decreto non vale per tutta la pasta. Sono infatti escluse le paste fresche, le paste destinate all’export, le paste biologiche, le paste di riso, di soia, di mais e probabilmente anche tutte le paste IGP.

Inoltre, dopo circa un anno di incontri tra Governo, pastai e agricoltori, Mipaaf e Mise hanno scritto un testo che non solo non ha tenuto conto dei pareri delle parti in causa ma che è stato firmato senza essere notificato a Bruxelles, come invece prevede la legge. Le regole europee prevedono prima la notifica alla Commissione e poi un intervallo di 90 giorni per la risposta. In linea con queste norme la pubblicazione può avvenire solo in caso di risposta positiva” chiosa Laurenza.

I pastai operano in un mercato globale e l’autorità preposta a legiferare in materia è l’Unione Europea. Proprio da Bruxelles è in arrivo una norma, esattamente in concomitanza con l’entrata in vigore del decreto sull’origine della pasta, che renderà inefficace il provvedimento nazionale e costringerà i pastai a sostituire nuovamente le etichette perché le modalità di indicazione dell’origine fissate a livello europeo sono diverse rispetto a quelle previste dal legislatore italiano.

 Quali sono le ragioni di questa decisione del Tar Lazio?

A fondamento della ordinanza del Tar di non sospendere l’efficacia del provvedimento nelle more di una pronuncia definitiva sul merito del ricorso sono state addotte alcune motivazioni che a nostro modo di vedere non sono condivisibili. Si tratta comunque della fase cautelare del giudizio ma siamo certi che gli ulteriori approfondimenti che il Tar si appresta a condurre in relazione al merito del ricorso metteranno in luce la fondatezza della nostra azione.

Ora cosa accadrà?

Si aprirà una finestra di attesa per la definitiva pronuncia del merito, che potrebbe durare fino a ridosso dell’estate prossima, mentre nel frattempo il decreto sarà già entrato in vigore. I pastifici italiani, come sempre, si stanno comunque adoperando per adempiere all’obbligo, se non sopravvenissero ulteriori modifiche in merito. Parallelamente, da Bruxelles potrebbe arrivare il via libera ad un omologo provvedimento che, come detto, sostituirà quello nazionale. Si determinerà insomma un incertezza operativa per i produttori di pasta ed una confusione per il consumatore di cui certamente la pasta italiana non ha bisogno e che certamente danneggerà il prodotto alimentare simbolo del made in Italy per eccellenza.

Come si potrebbe risolvere il problema?

L’unica soluzione che attualmente vediamo all’orizzonte è una proroga dell’entrata in vigore del provvedimento nazionale che scongiurerebbe la sovrapposizione delle due normative ed avrebbe l’effetto di fornire un quadro giuridico chiaro e definitivo, senza ulteriore aggravio di costi ed adempimenti in capo alle aziende pastarie.

 Quali le implicazioni per le imprese che comprano farine all’estero e per i consumatori?

Compriamo tutto grano duro italiano adatto alla pastificazione. Però non è sufficiente a coprire il nostro fabbisogno e non sempre della qualità che ci serve, stabilita da 50 anni dalla “Legge di Purezza” sulla pasta. Per questo lo importiamo da sempre anche dall’estero. Ciò nonostante per far salire il prezzo del grano duro italiano qualcuno sta portando avanti ormai da molto tempo una campagna diffamatoria contro i pastai ed il grano estero che sarebbe “tossico”, “contaminato” o “acquistato per risparmiare”. Tutte bugie fornite senza alcuna prova a sostegno. Per noi pastai il grano è una cosa seria, perché alla qualità non si deroga.  Per mantenere inalterato il livello di eccellenza della nostra pasta, importiamo solo grano duro di elevata qualità, pagandolo sempre di più di quello nazionale, fino al 15-20% in più, controllandone salubrità e sicurezza con oltre 600mila controlli all’anno.

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