Economia

Moncler, il futuro è adesso

Ampliare le dimensioni del gruppo e, al tempo stesso, ottimizzare l’efficienza dei punti vendita. Sfide complesse per Moncler, soprattutto in un mercato difficile come quello attuale.

Non è un plebiscito ma poco ci manca: 22 broker su 24 consigliano l’acquisto di titoli Moncler, gli altri due di mantenere le posizioni. Perché? Perché l’azienda resa celebre dai piumini si trova di fronte a una grande sfida. Dopo essere sbarcata in borsa nel dicembre del 2013, l’azienda ha continuato a crescere e anche lo scorso anno i numeri sono stai molto lusinghieri: il consensus degli analisti stima che si sia sfondato il muro del miliardo di euro di fatturato, contro gli 880 milioni del 2015. L’Ebitda dovrebbe attestarsi a 335 milioni (contro i 300 di 12 mesi prima) e l’utile netto dovrebbe passare da 167 a 186 milioni.

Risultati rassicuranti che però ora necessitano di nuova benzina: se è da apprezzare il fatto che, con l’adesione al Patent Box – profitti derivanti dall’attività intellettuale -, dovrebbero ulteriormente alzarsi i ricavi, è sulla vendita e sui mercati che si gioca la vera partita di Moncler. Remo Ruffini, presidente e direttore creativo, deve riuscire a espandere il perimetro del gruppo e, al tempo stesso, aumentare l’efficienza dei singoli punti vendita.

Un compito non da poco, soprattutto in un momento in cui il contesto internazionale resta difficile e i mercati ancora volatili. Senza contare che le tensioni valutarie (sterlina in testa) e una internazionalizzazione non ancora completata sono ulteriori fattori di rischio per l’azienda. Su tutto, poi, aleggia pesante il fattore “D”: D come Donald Trump, il neo-presidente degli Stati Uniti che sembra essere pronto a reintrodurre un protezionismo – light o hard lo si vedrà – per incentivare la produzione e il consumo di prodotti made in USA. Di fronte a tutti questi ostacoli, come si comporterà Ruffini?

Il titolo sta andando bene, anzi benissimo. In un anno ha guadagnato il 27% e nei primi 40 giorni del 2017 è salito di un altro 6%. In questo modo, il target price fissato dagli analisti (superiore ai 20 dollari) non è più utopia, soprattutto se le previsioni di bilancio dovessero essere confermate o, addirittura, smentite al rialzo.

 

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