Economia

Fintech, si fa presto a dire “innovazione!”

Dice: l’innovazione ribalterà il mondo. Dice: il fintech è il futuro. Dice: le startup salveranno il mondo.

E sarà pure così, ma si fatica a pensare che l’economia debba esclusivamente passare tramite bit. Se Facebook, che sostanzialmente vende un concetto (ciò che mi piace, chi sono, che cosa faccio) viene capitalizzata otto volte in più di General Motors, che commercializza quelle scatolette che ci permettono di muoverci, di andare al lavoro, di partire per un bel viaggio, vuol dire che – inerti – stiamo assistendo al trionfo del superfluo. Dai beni durevoli ai post senza congiuntivo di qualche politico che mira alle stelle (con simpatia, Luigi…). Il fintech, questo enorme cappello sotto cui facciamo ricadere qualsiasi cosa abbia a che fare con il denaro, ovvero sistemi che fanno più o meno tutti la stessa cosa: ci permettono di pagare.

Bello, bellissimo. Poi arrivano Apple e Google e cannibalizzano il sistema, lasciando gli argonauti delle startup in balia di procelle fatte di un misto di populismo – “le banche fanno tutte schifo” – e donchisciottesche lotte contro i mulini a vento. Mentre quindi assistiamo a tutto questo, guardiamo con sufficienza al futuro, quello vero, fatto di blockchain (restate connessi, avremo modo di riparlarne), di macchine intelligenti, di un’industria che si trasforma rapidamente diventando “lean”, leggera. Ci scordiamo troppo facilmente che un’innovazione come la manutenzione predittiva, cioè la possibilità di sapere quale pezzo del nostro macchinario sta per guastarsi PRIMA dell’inevitabile disastro, permetterà di risparmiare decine di milioni. Ma nel frattempo, tutti a gridare al miracolo per qualche app in più, per qualche nuovo algoritmo che promette di cambiare il mondo.

Che noia… (OF)

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