Business

Commercialisti uniti contro la “Babele fiscale”

Oltre 1.500 professionisti accorrono a Roma per chiedere chiarezza su tasse e fisco. Con una grande presenza di politici, da Salvini a Orlando

Rispetto, ascolto e possibilità di crescere: è la giornata dell’orgoglio commercialista, quella che si sta vivendo in queste ore alla Nuvola di Fuksas, a Roma. Contro la “babele fiscale” si schierano oltre 1500 commercialisti assiepati nell’auditorium per ”Gli Stati generali della professione dei dottori commercialisti e degli esperti contabili”, alla presenza di un gruppetto di politici – da Renato Brunetta a Luigi Casero, da Andrea Orlando a Beatrice Lorenzin, da Giorgia Meloni a Matteo Salvini – che prenderanno la parola nel prosieguo. Rispetto, ascolto e possibilità di crescere come categoria è quel che i commercialisti chiedono, nelle vicinanze di una scadenza elettorale che parla di tasse senza sapere cosa dice. E i commercialisti non hanno voluto presentare una loro proposta fiscale ma dodici punti di richieste concrete, professionalmente solide, che guardano agli interessi della categoria ma quindi, automaticamente, anche a quelli di tutti i contribuenti.

La proposta centrale, presentata con garbo e stile da Massimo Miani, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine ma dura come un manrovescio sulla metaforica faccia del governo, è quella dell’istituzione di un’Autorità di garanzia del contribuente che finalmente faccia rispettare lo Statuto più ignorato e, peggio, calpestato d’Italia: quello del contribuente. Poi una revisione dell’ordinamento della fatturazione elettronica, che andrebbe introdotta non come oggi previsto, cioè in via obbligatoria dal gennaio 2019, ma in forma facoltativa e premiale: “Un’opportunità e non un obbligo”, e comunque la gradualità della sua introduzione tra i privati. E ancora: ai partiti che strapromettono mirabilie fiscali l’anno prossimo, i commercialisti chiedono di non includere mai più – come del resto raccomanda la Banca d’Italia – il gettito legato a nuove misure anti-evasione ed anti-elusione per coperture preventive di bilancio. E poi alcune richieste di natura giustamente e schiettamente difensivo, per la categoria: l’inclusione dei commercialisti nelle commissioni su rapporti fiscali, la semplificazione degli adempimenti antiriciclaggi oggi gravanti sugli studi (“non siamo banche”, ha lamentato Miani), il riconoscimento legale delle

specializzazioni professionali, la revisione delle norme sull’equo compenso, la promozione della cultura dei controlli sindacali, la limitazione della responsabilità del collegio sindacale, la delega al Consiglio nazionale della gestioen del registro dei revisori locali e una strada agevolata per l’iscrizione dei commercialisti all’Ocf, l’albo dei consulenti finanziari, un’opportunità professionale in più (illustrare, suggerire e infine vendere prodotti finanziari) per degli studi in cerca d’autore, che spesso boccheggiano sulla linea della sopravvivenza, con un reddito medio imponibile di 40 mila euro lordi all’anno.

“Sappiamo che il rapporto tra fisco e contribuenti ancora non funziona”, ancora non funziona”, dice Miani: “I contribuenti non si fidano, troppo è accaduto. Il numero degli adempimenti è eccessivo, c’è una proliferazione di istruzioni spesso emanate a ridosso di scadenze, spesso incomprensibili, con una continua richiesta di dati che genera un eccesso di costi… e poi ci sono continue modifiche delle norme fiscali. E’ quello che, a valle di un’analisi fatta dalla nostra fondazione, chiamiamo la babele fiscale”.

In dieci anni ci sono state 3 milioni di pronunce tributarie, una giurisprudenza inestricabile. E mentre, tra il 2007 e il 2016, il debito pubblico è cresciuto di 612 miliardi dal 99,8 all’attuale 132% del Pil, la pressione fiscale è salita oltre il 42%, sommersio ed evasione risultano incrementati a tutti gli osservatori ed oggi il governo si attende tra il 2015 e il 2020 un gettito dal rfecupero di questa evasione di 50 miliardi, attraverso un’ulteriore batteria di adempimenti e oneri. “Dal 2008 al 2017”, ricorda ancora Miani, “ci sono state 10 leggi di bilancio e 23 manovra correttive”. Una quantità ciclopica di norme, che ha comportato un aumento di 2,4 miliardi dei costi degli adempimenti, 514 euro all’anno in più per studio, solo per lo spesometro 113 milioni di euro in più, che spalmati sui 70 mila studi (su 119 mila) che li gestiscono hanno fatto 1600 euro di costi a studio. “Un

terzo di chi ha inviato gli spesometri non è riuscito a fatturare 1 solo euro, i 2/3 di chi ha svolto questa prestazione l’ha svolta gratuitamente”, si sfoga Miani: “Non accettiamo che i problemi strutturali del Paese – come l’evasione e il  riciclaggio – vengano scaricati operativamente sulle nostre spalle, anche perché spesso ci vengono chieste cose che dimostrano che la politica non sa neanche dove siamo”, e qui Miani viene sommerso dall’applauso della sala.

“Lo Stato ci impone adempimenti a ricavi zero”, riprende il presidente, “solo con la digitalizzazione l’amministrazione tributaria ha risparmiato 2,3 miliardi di costi, che si sono però tradotti in maggiori oneri per gli studi, non ribaltati sui clienti, per cui lo Stato ha risparmiato grazie a noi, una categoria nei cui studi operato 370 mila addetti e che rappresenta l’1,6 per cento del Pil”.

 

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Most Popular

To Top