Il calvario dei clienti delle due banche venete fallite (e i colpevoli) – 2

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SEDI BANCHE

Nello scorso numero di Economy Mag, nell’articolo “Quel che non si dice delle due banche venete fallite” abbiamo iniziato a ripercorrere, sia pure a grandi linee, il calvario delle due ex banche popolari venete.

Arrivando a concludere che, alla data dell’8 agosto 2016, in coincidenza con il passaggio della banca alla gestione controllata del Fondo Atlante, la liquidità era in linea con i parametri regolamentari, come è stato autorevolmente affermato e mai contestato.

E’ solo in seguito che, semmai, si è deteriorata la situazione di Veneto Banca; ma solo a causa di fatti esogeni ad essa e di carattere sistemico, come le nuove regole europee dirette a incrementare gli accantonamenti sui crediti e ad accelerare la dismissione dei NPL, che hanno determinato perdite sul conto economico; e aggiungasi l’improvvida e repentina adozione, nel gennaio 2016, della normativa sul bail-in, che ha creato le premesse per fughe di capitali. Nè va trascurato il conseguente, inevitabile e totale vuoto decisionale e operativo dei disorientati vertici bancari che ha gravemente contribuito a generare incertezza nei depositanti ed ha accentuato il fenomeno delle fughe di capitali verso altri istituti, ritenuti più affidabili.

E queste stesse cause (proprio perché sintomatiche) hanno comportato, nei primi 11 mesi del 2016, significative perdite in borsa delle popolari quotate, dal 65% di Ubi all’80% di Banca Popolare.

Se ne deduce che l’intera operazione, a partire dalla revoca della licenza bancaria, è stata costruita su presupposti insussistenti o inveritieri: un’operazione che ha travolto due banche, ha tolto un tradizionale riferimento bancario a migliaia di piccole, ma dinamiche, imprese, ha impoverito quello che era il territorio più ricco d’Italia (la mitica locomotiva d’Europa) ed ha messo sul lastrico centinaia di migliaia di risparmiatori, i quali oltre al grave danno economico, hanno anche subito la beffa di essere stati indicati da Banca d’Italia come ingordi speculatori.

Infatti, nella memoria inviata, nel luglio 2017, alla 6° Commissione Finanze della Camera dei Deputati  l’Istituto di Vigilanza ha scritto che, con  la soluzione della liquidazione coatta,   “il costo della crisi aziendale (era) stato fatto ricadere in primo luogo sugli azionisti …” in ossequio “ad uno dei principi ispiratori della normativa europea, che per combattere fenomeni di azzardo morale, prevede che gli oneri ricadano in primo luogo sulla proprietà e sui sottoscrittori di strumenti patrimoniali delle istituzioni in crisi”. Parole molto gravi, che evidenziano, in chi le ha scritte, un’inquietante superficialità ed una mancata conoscenza del vero mondo delle banche popolari e dell’approccio al risparmio di quanti, soprattutto nel Nord-Est del Paese, facevano conto sulla stabilità di un sistema che durava da circa 150 anni. Un sistema - lo ricordiamo ancora -spazzato via da un decreto legge, entrato in vigore senza un minimo di gradualità, concertato da Banca d’Italia e da un Governo miope. Non si intende criticare il merito della riforma, in sé e in linea teorica, ma si vuol ribadire soprattutto il concetto che anche la più buona riforma astrattamente concepibile, può creare disastri se il contesto nel quale si dovrà applicare non è ancora pronto a recepirla. Le forzature della repentina e improvvisa eliminazione dal sistema delle banche popolari (quelle portatrici di un patrimonio di vigilanza superiore agli otto miliardi di euro) sono state evidenti, a partire dalla sostanziale espropriazione del diritto di recesso (su questa e su altre questioni pende tuttora giudizio di costituzionalità innanzi alla Consulta).

Ma il disastro, non è finito perché ora dobbiamo prepararci alla seconda fase: quella che prevede la cessione a SGA (Società di Gestione del Ministero delle Finanze) degli NPL, che saranno sicuramente svenduti a soggetti speculatori, i quali, senza tanti scrupoli, andranno a realizzarli attraverso i normali meccanismi espropriativi. Quale sarà il risultato? Intasamento della giustizia civile, immissione sul mercato immobiliare di centinaia di immobili espropriati, incremento anomalo dei fallimenti delle piccole e medie imprese, incremento dell’usura fra privati, macelleria sociale.

E tutto questo parte, a monte, da una valutazione assai problematica dello stato di insolvenza, in realtà inesistente.

Banca d’Italia ha sempre sostenuto, nei suoi atti ufficiali, che la crisi delle due banche venete era stata governata non solo “dalla gravissima recessione che ha colpito il Paese ma anche da comportamenti scorretti degli amministratori e dirigenti”. L’allusione è soprattutto alle c.d. operazioni baciate: infatti, “nel caso di Veneto Banca” – ha spiegato Bankitalia in un suo documento informativo apparso sul suo sito – “i primi forti segnali di scadimento della situazione tecnica vennero da accertamenti ispettivi condotti nel 2013 …, che fecero emergere il fenomeno delle “azioni finanziate”. Veneto Banca non aveva dedotto dal patrimonio di vigilanza il capitale raccolto a fronte di finanziamenti da essa stessa erogati ai sottoscrittori delle sue azioni”. Ebbene, l’importo contestato nel novembre 2013 è stato pari a 157 milioni. Ma, in realtà, successive e più approfondite analisi hanno evidenziato che, a quella data e con riferimento alle operazioni contestate, l’importo teoricamente censurabile si riduceva ad una decina di milioni (a fronte di ben altri importi addebitabili ad altre banche).

E’ perciò gravemente inveritiera l’affermazione contenuta a pag. 2 del suddetto documento, secondo cui “la necessità di dedurre dal patrimonio di vigilanza la componente legata ai finanziamenti ai soci ha comportato un consistente impatto patrimoniale negativo, tale da aver comportato una grave crisi reputazionale e di fiducia”. Per Veneto Banca, il fenomeno delle c.d. operazioni baciate è stato del tutto marginale e non è stato certamente tale da aver inciso sul suo patrimonio e sulla sua reputazione.

Tutto ciò, dunque, evidenzia, ancora una volta, che la condizione, “failing or likely to fail”, prodromica alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, è stata il frutto di una valutazione di dati scorretti o, comunque, letti in malam partem. E, senza la sussistenza di una vera insolvenza, potrebbe essere stato fatto partire un vortice (studiato e programmato da tempo) che ha irreversibilmente risucchiato i risparmi e la dignità di tantissima povera gente.

Probabilmente, una Authority per la tutela del risparmio, se ci fosse stata, non avrebbe consentito la consumazione di un simile scempio. Ma, ora, se ciò che abbiamo scritto è vero, dobbiamo continuare a credere alle storie che finora ci hanno raccontato per confonderci le idee? (2 – Fine)

 

Articolo di Giovanni Schiavon (già Presidente del Tribunale di Treviso, già vice presidente di Veneto Banca) e di Giovanni Pastore segreteria.favordebitoris@gmail.com

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