Editoriali

Autonomi sì, ma ben rappresentati

Il direttore, Sergio Luciano

«Le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone”: è un pensiero di Italo Calvino, un poeta, un grande narratore.  Meglio di un econonista, assai meglio di un politico.
Eppure oggi si parla – giustamente – di una crisi dell’associazionismo. Si ipotizza l’evaporazione dei cosiddetti “corpi intermedi”, come i sociologi chiamano le associazioni sindacali e professionali. Si constata la crisi di alcune storiche associazioni, dalla Confindustria ai sindacati confederali. Si dice che la strategia di Matteo Renzi sia stata appunto quella di “disintermediare” il proprio rapporto con i cittadini, tagliando fuori tutti i “corpi intermedi”. Le Camere di commercio, che sono innanzitutto associazioni, sono state picconate. Alcune cooperative, quelle bancarie, anch’esse associazioni!,  sono state colpite da una riforma che ha simulato per altri fini l’urgenza del salvataggio di un sistema in realtà non più nei guai di quello delle banche ordinarie. Quanto alla sede principe della rappresentanza, le istituzioni democratiche, è diventata il regno della frustrazione. La sovranità popolare è frustrata dalla politica, e si rifugia nel “non-voto”. Le elezioni europee nominano un Parlamento che sembra (anche se non lo è) ornamentale. Le primarie appaiono inquinate da scambi o compravendite, e c’è chi dopo averle fatte in Rete ne smentisce gli esiti. Eppure mai come in questa fase storica c’è bisogno di rappresentanza. Mai come adesso se ne soffre la debolezza e si vive un fermento nuovo di ricomposizione, analisi, compattamento e riallineamento tra categorie sociali su fattori di aggregazione diversi: valori, interessi, addirittura gusti.  Spesso si rivelano collanti deboli o fasulli. Ma cercando, si troveranno quelli veri. Evidenti le ragioni sia della crisi che della ricerca: i Paesi dell’Unione Europea hanno ceduto sovranità proprio sui temi dell’economia. Il “miracolo della concertazione”, quel metodo di governo in cui credette moltissimo l’ultimo statista che abbiamo avuto a Palazzo Chigi, Carlo Azeglio Ciampi, servì a portare l’Italia in Europa, ma compiuta la missione è stato messo in un angolo, come un vuoto a perdere. E si è iniziato a ironizzare sulle tante “parti sociali” rappresentate attorno a un tavolo ormai inutile. E’ vero, a Roma – come nelle altre capitali – si decide sempre meno. Industriali e sindacati chiedono ai loro governi risposte che pertengono a Bruxelles o a Francoforte. Ma tanto più occorre attivarsi nelle nuove sedi del potere: l’essenziale è sapersi far sentire anche fuori Italia. Le associazioni più efficienti stanno iniziando a farlo. Sicure che l’aggregazione degli interessi legittimi paga. Economy ha stretto alcune partnership nel mondo dell’associazionismo: Federmanager, Confprofessioni, Assocamerestero, Andaf. Ce ne vantiamo. Altre potranno aggiungersene. In questo numero si dà voce a Valore Impresa, con i suoi “Stati Generali” delle Pmi e dei Professionisti. Si dà rilievo a istituzioni professionali di rango, come l’Ordine dei commercialisti. Si raccontano le proposte di Conflavoro Pmi. Di sicuro è dall’aggregazione e non dal leaderismo individualista che si può recuperare il diritto alla partecipazione di cui siamo stati amputati. Questione di tempo, ma lo si recupererà: ed Economy è al fianco di chi ci vuol provare.

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