Agroalimentare

Agroalimentare, il futuro è delle start-up

14 milioni di investimenti: è quanto smuovono le 20 startup italiane che si occupano di food, una delle eccellenze italiane che può trarre benefici enormi dalle nuove tecnologie

L’agroalimentare italiano, l’eccellenza per antonomasia del nostro paese, potrebbe essere in crisi. Nessun sbarri gli occhi per lo stupore: di fronte a una miriade di micro-aziende, sparpagliate sul territorio, diventa sempre più difficile raggiungere quel “sistema” che permetterebbe al comparto di fare un ulteriore salto di qualità. E per raggiungere lo scopo, le startup potrebbero essere un valido aiuto. Ne è convinto Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup che dal palco di Seeds&Chips – The Global Food Innovation Summit, che si è tenuto a Milano nei primi giorni di maggio, ha lanciato – è proprio il caso di dirlo – la sua ricetta vincente: “Oggi abbiamo una visione di mercato e di qualità diversa rispetto al passato, non ci confrontiamo più con un sistema chiuso ma con i mercati mondiali, in cui l’impresa agricola si comporta esattamente come le altre tipologie di impresa e la terra deve essere vista come fattore di produzione e investimento di capitale”.

E le startup? “Le startup possono essere una leva strategica per inserire nuove soluzioni all’interno delle imprese già esistenti, apportando elementi di nuova conoscenza e competenze nel settore stesso”. I dati dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia parlano chiaro: nel 2016 il settore, a livello mondiale, ha raccolto finanziamenti per 636 milioni di dollari. La parte del leone – inutile dirlo – la fanno gli Stati Uniti, che sono sede del 52% delle 182 startup censite dall’indagine. E l’Italia come se la passa? Neanche troppo male: l’11% delle nuove imprese che coniugano innovazione e agricoltura sono italiane, e smuovono poco più di 14 milioni di euro di investimenti. Ma c’è ancora molto da lavorare.

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